Leonardo Arone

Già a cinque anni dimostra una spiccata attitudine per la pittura: dipinge il primo quadro che ha per tematica la natura morta. In seconda elementare, in occasione della festa della mamma riceve una gradita sorpresa: il primo premio. Agli inizi della sua attività artistica subisce l’influenza del surrealismo del grande Maestro della Catalogna, Salvador Dalì. Nelle sue opere eccellono le nature morte i fiori, incastonate come perle (soprattutto le calle e le rose). Colgo un qualcosa di sottile, mai il grossolano. In certe sfumature cangianti la sensibilità d’animo dell’artista, come uno specchio lucido che riflette l’immagine. La sfera religiosa, una velata malinconia che non diventa abbandono, una rinuncia alla vita. Mi attraggono i colori che caratterizzano le sue opere. Quel giallo abbacinante nell’omaggio a Van Gogh, il calice rosseggiante del melograno, il verde delle foglie. Nell’opera “Riflessione”, un volto bolso, le esacerbate inquietudini dell’esistenza, gli interrogativi sul nostro destino. La frutta agli angoli del tavolo e la bottiglia che mi ricorda il pittore Morandi. Arone, ha saputo bene esternare il suo insolito talento senza mai alterare la sua vera immagine, nella straordinaria consonanza di “Arte e Vita”, con la mostra personale al Policlinico di Monza. (7 dicembre, 11 dicembre 2007). Nell’anno precedente, espone i suoi dipinti in collettiva, alla New artemisia Gallery di Bergamo ed è un vanto della sua inclinazione artistica e capacità interpretative. E’ un anno particolare, intensa è la produzione di opere Olio su tela, mietendo successi nelle principali gallerie d’Arte italiane, ricevendo a Lecce il premio “Rembrandt 2006”. Nel grigiore della vita e dello scadimento dei valori nella società dell’apparire, le sue opere son come un “bagliore luminoso” e per mutuare un’espressione del critico d’arte Enrica Pasqua, vi è in Arone “talento espressivo, originalità dell’immagine compositiva, mai banale, ed è proprio in essa, che ad un improvviso colpo d’occhio lascia semplicemente inebriati e attoniti, che inaspettatamente ci si ritrova perduti tra i confini profondi e inesplorati della nostra anima”.

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